ROSA VALLONIA (serie)

R. Bargellini e P. Dafonseca, Point B. 2007. Tecnica mista su tela, cm 150 x 100
R. Bargellini e P. Dafonseca, Point B. 2007. Tecnica mista su tela, cm 150 x 100

Rosa Vallonia è un progetto artistico ideato e realizzato da Riccardo Bargellini. Bargellini conduce dal 1999 un laboratorio di arti figurative con gli utenti del Dipartimento di Salute Mentale della asl di Livorno. Questa attività lo ha portato ad incoraggiare esperienze di scambio e condivisione con i responsabili di altri laboratori che operano con le stesse dinamiche, in Italia e in Europa. Nel 2006, l’Atelier Blu Cammello partecipa alla mostra “Série Noire”, con cui il CEC La Hesse di Vielsalm inaugura un nuovo spazio espositivo nella caserma di Rencheux. In questo stesso complesso architettonico, la responsabile Anne- Françoise Rouche coordina laboratori di pittura, scultura, incisione, video animazione e musica, destinati ad artisti affetti da gravi handicap psicofisici. Grazie alle sue numeroseattività, allo spirito d’iniziativa e all’energia inesauribile dei suoi animatori, nonché al talento genuino dei suoi artisti, il CEC la Hesse si è affermato in questi ultimi anni come uno dei luoghi piu fecondi e propizi alla creazione artistica della regione vallona.

Ad un anno di distanza dal loro primo incontro, Anne-Françoise Rouche ha invitato Riccardo Bargellini a condurre un laboratorio di 12 giorni con quattro artisti del suo Atelier. Questa collaborazione nasce dalla complicità maturata alla luce di un’affinità di stile e di metodo, e dalla condivisione di un’idea di fondo: all’interno di una pratica artistica consolidata come spesso è quella che contraddistingue gli atelier rivolti a persone in situazione di disagio, con i loro spazi, i loro tempi e le dinamiche rassicuranti che consentono ai singoli autori di trovare e maturare il loro stile e intraprendere un autonomo percorso espressivo, si ritiene salutare introdurre occasionalmente degli elementi di dissonanza suscettibili di scardinare le certezze acquisite, e introdurre cosi spunti di innovazione e dinamismo all’interno di un iter che rischia altrimenti la ripetizione stanca di schemi acquisiti. Se in passato i teorici dell’Art Brut hanno esaltato la figura eroica dell’artista che traeva il suo linguaggio rivoluzionario dall’isolamento sociale e culturale, oggi sarebbe anacronistico pretendere dai protagonisti dell’arte outsider una chiusura radicale nei confronti del mondo esterno: pur continuando a vivere e a lavorare in una situazione di disagio e marginalità, gli artisti contemporanei sanno ben proteggere la loro autonomia, oppure creano le loro opere in luoghi protetti dove gli animatori li tutelano e li rappresentano. Sono loro stessi a chiedere di essere presenti e visibili nella società, e possono incontrare altri artisti senza temere la perdita di autenticità e di identità.
Philippe Dafonseca, Brigitte Jadot, Benoit Monjoie e Dominique Théâte sono gli autori del Cec con cui Bargellini ha scelto di confrontarsi per dare forma al suo progetto artistico. Tutti loro sono ormai noti nel panorama belga dell’Outsider Art: grazie al loro stile ben definito, vantano mostre e pubblicazioni e sono seguiti con attenzione dal pubblico e dagli addetti ai lavori. Se in Jadot e Dafonseca prevale l’elemento pittorico e astratto, mentre in Monjoie e Théâte è piuttosto quello grafico e figurativo ad imporsi, il lavoro condotto dietro la regia di Bargellini ha portato alla realizzazione di un ciclo narrativo composto da 14 quadri in cui lo stile di ognuno, pur mantenendo la sua riconoscibilità, ha reagito allo stimolo di input diversi arricchendosi di nuovi valori stilistici e formali. Nessuno esce indenne da queste esperienze di contaminazione. E se la mano di Bargellini emerge dai quadri di Rosa Vallonia, tracce degli artisti di Vielsalm sono ormai depositate nella pittura dell’artista livornese.

MIGRAZIONI
Nel rispondere all’invito rivoltogli da Anne-Françoise Rouche, Riccardo Bargellini ha accettato una sfida. Il processo di creazione artistica implica, infatti, l’interazione di due distinte categorie di fattori che potremmo definire “solidi”, ovvero maturati in seguito a scelte consapevoli, allo studio, al controllo delle tecniche; e “liquidi”, ovvero affidati al caso e all’irrazionale, e di conseguenza aleatori e imprevedibili. Questi ultimi sono tanto piú rischiosi quando l’opera è il risultato di una collaborazione e di un incontro limitato nel tempo, irripetibile. Si aggiunga a questo il limite della comunicazione verbale, imposto non soltanto dalle congenite difficoltà espressive proprie degli artisti del Cec, ma anche dalla reciproca impermeabilità alla rispettiva lingua. Nell’affrontare questo percorso, Bargellini si è dunque messo nei panni di un migrante, che giunge in terra straniera con un bagaglio di stile, di nozioni e di tecniche, e affida le possibilità di successo della sua integrazione alla capacità di accogliere il nuovo mondo con cui è confrontato e di farsi accogliere a sua volta. Alla luce di questo stato d’animo, l’artista livornese ha scelto di elaborare insieme alla sua squadra un percorso tematico ispirato all’emigrazione, e in particolare, a quel capitolo della nostra storia recente che ha visto nel secondo dopoguerra l’esodo di migliaia di Italiani verso il Belgio, nell’ambito degli accordi bilaterali instaurati tra i due paesi per il rifornimento di energia in cambio di manopera destinata all’estrazione del carbone in miniera. Questo momento storico, culminato nella tragedia di Marcinelle, ha lasciato tracce profonde nella memoria collettiva dei due paesi. Una riflessione su questa pagina del nostro passato porta necessariamente a ripensare sotto una diversa prospettiva i fenomeni migratori di cui oggi è l’Italia ad essere investita; e a ricordare d’altro canto il prezzo pagato dalle generazioni precedenti per conquistare quella qualità d’integrazione che contraddistingue oggi la comunità italiana in Vallonia. Bargellini ha sintetizzato questo tema in un colore: il rosa. Lo stesso adottato nei manifesti che tappezzarono l’Italia del dopoguerra, con i quali la propaganda governativa informava e incoraggiava le masse dei disoccupati a partire per il Belgio. Ed è sempre il colore, il rosa impastato di nero, a conferire unità e coerenza al ciclo pittorico risultato dal lavoro congiunto di Bargellini con gli artisti di Vielsalm. Il rosa dell’ottimismo e della speranza, il nero dell’oscurità e del carbone, ben simboleggiano i caratteri di questa avventura: uno scavo creativo dalla superficie alla profondità, al termine del quale tutti gli artisti sono emersi arricchiti di nuovi valori umani ed estetici.

Il ciclo Rosa Vallonia si dipana attraverso un percorso narrativo in 14 episodi pittorici; le tele sono introdotte da un titolo che è al tempo stesso evocativo e didascalico.

Con il quadro di apertura, Per Grazia Ricevuta, Bargellini affida alla pastosità cromatica di Brigitte Jadot il coagulo di speranze e timori con cui gli Italiani uscivano dal Secondo conflitto mondiale, grati per essergli sopravvissuti, ma in attesa di un miracolo economico che potesse risollevare il paese dalla condizione di indigenza in cui versava.

Una soluzione possibile è l’emigrazione, e migliaia di disoccupati aderiscono al miraggio rosa che li esorta a partire per il Belgio. Ditelo con i fiori. Rosa Vallonia nasce da un disegno di Dominique Théâte, e si trasforma in seguito agli interventi di Brigitte Jadot, che ne investe la parte superiore con la sua robusta massa pittorica, lasciando a Bargellini il compito di impaginare l’opera graficamente nella parte inferiore.

Pio XII è il primo papa a cogliere il potenziale della comunicazione di massa attraverso la stampa e i cinegiornali. In posa davanti al fotografo e al cameraman, controlla tutte le astuzie della propaganda per veicolare il messaggio della Chiesa. Nel quadro realizzato da Benoit Monjoie, con gli interventi di Bargellini, riconosciamo la presenza poco rassicurante della figura nera in campo bianco come un’icona religiosa di inquietante attualità. Gli inserti grafici alla base del quadro, con una croce che si scompone come un segno aritmetico sottraendosi progressivamente alla sua valenza mistica, li ritroviamo piú avanti sotto il ritratto di Elvis Presley, dove si ricompongono in valore positivo per celebrare l’icona che negli anni Cinquanta impone al mondo un nuovo mito.

È affidato ancora a Brigitte Jadot il compito di illustrare la partenza, con il quadro Buon Viaggio, e L’Arrivo degli Italiani: dal paese del sole a quello del carbone. Nonostante la macchia colorata e fiduciosa del mazzo di fiori, il colore di fondo annuncia un clima e un mondo sotterraneo che generano già ansia e smarrimento. L’impianto compositivo proposto da Bargellini è quello di un poster a figura centrale, che ritroviamo anche piú avanti nel quadro del Ritorno dipinto da Benoît Monjoie. Ma qui la pennellata debordante della Jadot investe il rigore compositivo di emozioni palpitanti , e l’artista livornese conserva un’impressione viva dell’entusiasmo e del trasporto fisico con cui questi due quadri sono stati dipinti, del movimento dinamico che ne ha accompagnato l’esecuzione.

Segue un trittico di Philippe Dafonseca, noto per le sue tele composte da griglie cromatiche in cui il bianco e il nero di cui si serve con una preferenza esclusiva accoglie, in questa occasione, le tonalità del rosa. Il Punto del Passato, della Congiunzione e del Belgio, illustra la trama di un percorso che conduce verso l’integrazione, attraverso le maglie di un tessuto che si cuce con lavoro, pazienza e dedizione. Le griglie di Dafonseca evocano anche il labirinto dei cunicoli sotterranei delle miniere. Quasi un secolo prima Vincent Van Gogh, in missione evangelica nel Borinage, descriveva in una lettera al fratello Théo queste stesse gallerie paragonandole agli alveoli di un’arnia, ad una prigione sotterranea, ad una teoria di mestieri tessili...
Le scritte, solitamente assenti nella pittura di Dafonseca, sono frutto di un intervento di Bargellini, che si è servito di mascherine appositamente reperite sul posto con l’idea di contrapporre un elemento di fredda serialità come un marchio di fabbrica alle pennellate lineari, ma dense e caotiche, di Dafonseca. La presenza del rosa si impone con studiata gradualità da un quadro all’altro, affermandosi progressivamente secondo lo schema del percorso d’integrazione illustrato dal trittico: dall’arrivo degli emigranti alla conquista di un nuovo statuto. Non a caso, peró, l’intero ciclo si chiuderà con un altro quadro di Dafonseca che offre uno squarcio sulla nostra Europa, e dove del rosa non rimane piú traccia.

All’uscita dal tunnel, la famiglia italiana posa sorridente in una foto di gruppo: in Belgio si è ricomposta costruendo una nuova identità, ma come tutti gli stranieri di prima generazione rimane ancora una categoria svantaggiata: L’Italien B, dunque, dipinto da Benoît Monjoie. Chi beve bierra ha vent’anni è un perfetto quadro di sintesi, in cui Bargellini ha proposto a Dominique Théâte lo slogan di una nota birra italiana, e quest’ultimo, nel trascriverlo sulla tela, ha effettuato un sincretismo linguistico tra “birra” e “biérre”, riappropriandosi cosí in parte di uno dei simboli piú vitali del suo paese.

Si arriva infine agli anni Cinquanta del boom economico, che segnano per molti Il Ritorno in patria. Il quadro di Benoît Monjoie sembra tratto da una cartolina turistica, ed è tra tutti l’unico a trasmettere gioia e serenità. Che si tratti di una vacanza estiva o di un rientro definitivo, è comunque un momento positivo di svolta, contrapposto a quelli della crisi precedentemente illustrati dalla Jadot.

Insieme al nuovo benessere economico, gli anni Cinquanta vedono anche la nascita di nuovi miti importati dall’America, il paese che incarna per tutti la speranza e l’ottimismo. Imparare l’Americano significa non soltanto apprendere una nuova lingua, ma assumere la filosofia di vita del paese a stelle e strisce.

Tra gli eroi popolari che conoscono maggiore successo ritroviamo Elvis Presley, qui ritratto da Benoît Monjoie. Abbiamo già accennato agli inserti cruciformi presenti nella base del quadro, i cui colori di fondo, freddi e patinati come sempre nella pittura di Monjoie rimandano ad un universo costruito per essere consumato, rapidamente e da tutti.

Chiude il ciclo un ultimo quadro di Dafonseca: una maglia dai toni inesorabilmente grigi che ci tiene oggi avvolti nel Punto Europa. Il vecchio continente stenta a costruire il suo futuro sulla base di una nuova identità.

                                                                                             Teresa Maranzano